Mostra a cura di Ilaria Bernardi
L’Associazione Genesi, in collaborazione con Opera Laboratori e Genus Bononiae, presenta una importante mostra sul lavoro di Louise Nevelson (al secolo Lija Isaakivna Berljavs’ka, Kiev, 1899 – New York, 1988), una delle prime donne artista a ottenere un saldo riconoscimento nel sistema artistico coevo già a partire dagli inizi degli anni Quaranta grazie alle sue grandi sculture monocrome nere, bianche, e oro create con assemblaggi di materiali di recupero.
La mostra, a cura di Ilaria Bernardi, si sviluppa nelle sale del piano nobile di Palazzo Fava decorate dal ciclo di affreschi commissionati nel 1584 a Ludovico, Annibale e Agostino Carracci dall’allora proprietario dell’edificio, Filippo Fava.
Si tratta della prima mostra dedicata a Louise Nevelson nella città di Bologna e corrisponde al contempo al 120° anniversario dal suo trasferimento da Kiev, dove nacque, agli Stati Uniti, dove si ricongiunse al padre ivi emigrato qualche anno prima per fuggire al clima persecutorio contro gli ebrei diffusosi nel suo paese di origine. Il trasferimento oltreoceano segnò una svolta nella vita della giovanissima Louise che proprio negli Stati Uniti troverà la sua emancipazione come donna e il suo successo come artista.
Con questo progetto l’Associazione Genesi dà avvio a una serie di esposizioni monografiche dedicate a grandi artisti ormai storicizzati, la cui vita e/o il cui lavoro può essere interpretato ex-post come anticipatore di tematiche sociali oggi divenute urgenti. Se con il suo lavoro fatto di scarti quotidiani assemblati, Louise Nevelson ha anticipato il tema della memoria, con la sua vita personale, opponendosi alle convenzioni tradizionalmente imposte alla donna del suo tempo, ha anticipato l’oggi dirimente questione della condizione femminile.
Pur sposata con Charles Nevelson e madre di un figlio, sentì infatti talmente limitante il ruolo di moglie e madre che nel 1941 divorziò dal marito per dedicarsi completamente all’arte. La sua tenacia ad emanciparsi come donna e come artista le consentì, già negli anni Cinquanta, di vedere sue opere entrare a far parte delle collezioni dei maggiori musei americani, tra cui il MoMA a New York; nel 1962 espose nel padiglione statunitense della Biennale di Venezia e nel 1967 ottenne una prima vasta retrospettiva al Whitney Museum di New York a cui seguirono numerose altre mostre nel mondo che le valsero il titolo di “Grande dame della scultura contemporanea”.
Come scriveva Germano Celant nella monografia edita nel 1971, “solo considerandola una donna che ha rinnegato la tradizione culturale maschile per produrre un’arte autenticamente femminile, si può capire il significato del suo lavoro, che non comporta un’operazione puramente estetica, ma ideologico-comportamentistica, vissuta buona parte della sua vita attraverso ogni sorta di gesti autentici di concentrazione su di sé come femmina, non più passiva rispetto alla violenza del sesso dominante”.
Questa mostra rende quindi omaggio a un’artista che con la sua vita ha lottato per l’autoaffermazione e autonomia della donna nell’arte e, più in generale, nella società.
Main sponsor: Eni e Intesa Sanpaolo.
La mostra è realizzata con il contributo di Heritage e Fondazione Pirelli.
Sponsor tecnici: Open Care – Servizi per l’Arte, Hidonix e Start.